domenica 7 giugno 2020

Se anche ora che l'europa ha dato soldi per combattere l'inquinamento non si fa nulla bisogna ricercare le responsabilità.

“Ricevono un mare di soldi pubblici, ma l’aria dei porti è irrespirabile”, armatori italiani sotto accusa „ La rete ambientalista Cittadini per l’aria accusa gli armatori italiani di fare spallucce di fronte ai rischi per la salute di residenti, lavoratori e passeggeri che subiscono l’inquinamento di navi che “rendono irrespirabile l’aria dei porti nei quali attraccano”. La grande maggioranza delle 32 compagnie interpellate di recente, accusano gli ambientalisti, “non sta facendo nulla per rendere le navi meno inquinanti”. Navi vecchie e inquinanti Secondo i dati diffusi, “le navi passeggeri utilizzano carburanti con un contenuto di zolfo di migliaia di volte maggiore di quello utilizzato dai veicoli sulla terra ferma”. L’indagine curata dall’organizzazione ambientalista evidenzia inoltre l’età avanzata delle navi che effettuano il trasporto passeggeri in Italia: in media avrebbero 29 anni, con punte di oltre 65. “Un dato - denunciano gli attivisti - spesso proporzionale al livello di emissioni rilasciate in atmosfera”. LEGGI ANCHE "Non solo Venezia, in Europa le crociere inquinano più di 260 milioni di auto” Un mare di soldi pubblici L’organizzazione sostiene di aver scritto “a tutte le compagnie che operano in Italia nel settore del trasporto marittimo passeggeri e veicoli” rivolgendo agli armatori “un elenco di domande riguardo le azioni intraprese” e richieste di investimenti per contenere le emissioni di gas nocivi. “Una parte di questi armatori riceve ogni anno un mare di finanziamenti pubblici”, ricordano gli ambientalisti, riferendosi ai 250 milioni di euro di contributi regionali e statali per effettuare il servizio di trasporto pubblico con Sicilia, Sardegna e isole minori. “Soldi che giustificano - secondo i Cittadini per l’aria - la pretesa che le loro prestazioni ambientali siano ottimali, o almeno in netto e rapido miglioramento”.Schermata 2019-07-26 alle 13.41.49-2 La denuncia Il gruppo ambientalista a oggi denuncia che “soltanto quattro navi su 174 tra quelle prese in considerazione hanno già adottato dei sistemi per ridurre le emissioni inquinanti”. Una situazione destinata a cambiare di poco anche quando verranno ultimato i lavori di costruzione di altri quattro traghetti a basse emissioni di cui hanno avuto notizia gli autori dello studio. “Poco più del 2% del totale della flotta circolante nei nostri mari - concludono i Cittadini per l’aria - ha messo in atto misure per proteggere l’ambiente e la salute delle persone”. La classifica degli armatori Nella classifica di chi si è attivato per diminuire le emissioni si colloca al primo posto la compagnia Grimaldi, seguita da Corsica Ferries e Tirrenia/Moby. In “zona retrocessione” troviamo invece European Seaways, Montenegro Lines e Ventouris Ferries, le cui flotte avrebbero un’età media che va dai 39 ai 44 anni. ranking final-2 Le soluzioni Tra le soluzioni proposte da Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’aria, ci sono accorgimenti tecnici come “l’elettrificazione delle banchine o adozione di batterie per le navi ormeggiate”, ma anche i “filtri anti-particolato” e un passaggio “a sistemi di alimentazione ibrida o elettrica per i vascelli”. Altra scelta, stavolta di carattere politico-amministrativo, sarebbe “l’affidamento di contratti di trasporto pubblico ad armatori con flotte pulite”. “La via maestra rimane quella dei carburanti a basso tenore di zolfo - conclude la Gerometta - con filtri e sistemi di abbattimento degli ossidi di azoto, puntando all’elettrificazione e ad altre tecnologie innovative che riducano le emissioni mediante sistemi davvero rinnovabili”. “ Potrebbe interessarti: https://europa.today.it/ambiente/aria-porti-armatori-accusa.html

sabato 6 giugno 2020

Se non ora quando!

Mi dispiace vedere ancora apparire le vecchie convenienti nebulose, per i soliti noti, invece che le gradite chiarezze sui risultati da raggiungere appena si era saputo che vi erano ingenti quantità di miliardi europei finalizzati anche ad una sicura disponibilità per il raggiungimento di sani programmi portuali atti ad eliminare l'insopportabile inquinamento che costa segretamente un numero impressionante di morti che abitano vicino ai porti dove sono attraccate solo ed esclusivamente navi costantemente "in moto" con una ingente capacità di inquinare! Si era parlato di elettrificazione delle banchine portuali per eliminare un inquinamento assassino costantemente dimenticato da tutte le società di navigazione e dirigenze portuali! Se non ora quando? Visto che l'E.U. mette a disposizione questo enorme quantitativo di soldi per migliorare e quindi abbassare, prima di tutto anche l'inquinamento! Abbiamo sempre e costantemente accese navi, specialmente da crociera perché bloccate dalla pandemia che stanno, mai come ora, avvelenando quella parte di popolazione costretta vivere vicino a queste navi Killer! Ma nessuno si è mai chiesto quale vantaggio porta quella nave da crociera modificata in nave ospedale della quale tutti, dico tutti sanno che non si ha alcun bisogno perché tutti e dico ancora tutti sanno che sono diminuiti i ricoveri e le terapie intensive! Se non la assoluta certezza del suo inquinamento e del suo inevitabile costo! La priorità principale dell' E.U. quando ha finanziato in modo così generoso la lotta alla pandemia era anche la lotta all'inquinamento! Di sicuro è stata l'ultima cosa a cui hanno pensato gli armatori e i dirigenti portuali. Purtroppo abbiamo ancora perso una grande occasione... Mentre tutti tacciono su questa vergognosa dimenticanza, che porta alla morte molti nostri cittadini che vivono vicino al porto intasati come non mai specialmente ora non da navi, come nel nord Europa, ma da giganteschi produttori di veleni elargiti alla popolazione indifesa! "Le navi da crociera circolanti nelle acque europee inquinano 20 volte di più di tutte le auto che percorrono le strade dell'U.E. Pubblicazione dell'associazione ambientalista Transport&Environment (T&E)"

venerdì 29 maggio 2020

L'impressionante sviluppo del gioca d'azzardo avvenuto solo in Italia.

Trovo vergognoso che quasi tutte le settimane mi informino, nel mio interesse, che dovrei scaricare un'up che mi permetterà di guadagnare qualche milione, naturalmente a costo "zero" perché vinti con soldi "da loro regalati" regalati. Mi informano anche che è tutto regolare e che è tutto riconosciuto dalle leggi dello Stato italiano. A nulla serve sapere che siamo  con assoluta certezza il paese più colpito dal gioco "rovina famiglie" ma anche che questa lobby è una delle più ascoltate e considera dal Governo Enrico e da tutti i successivi governi che lo hanno seguito: nessun governo pare voglia mettere freno a questa pandemia di vizio sociale! E' sotto gli occhi di tutti vedere sfortunati individui spesso avvicinarsi vergognosamente alle macchinette "rovina famiglie" posizionate nelle tabaccherie diventate ora il cespite più remunerativo per queste! Nessun governo dico nessun governo è riuscito a combattere questa lobby, alla quale anni fa è stata abbonata un pendenza fiscale di quasi cento miliardi di euro! Chi ha proposto di distanziare le macchinette da luoghi sensibili tipo scuole o parrocchie è stato inibito con inaudita violenza dal potere di Roma!   Promettendo dal governo di turno di Roma che sarebbero diminuiti, per chi portava a termine simili "cattiverie", futuri finanziamenti! In Italia grazie ai governi del tempo l'ammontare del gioco  è passato da 14 miliardi arrivando nel 2012 a 85 miliardi! Tutto questo può solo accadere perché le case da gioco sanno trattare i loro santi in Parlamento.  

mercoledì 15 aprile 2020

La Germania ha perso la guerra ma ha vinto la pace.

Quando si stava costituendo l'U.E. con la conseguente nascita dell'euro; tutti sapevano ed io pure che il futuro cambio sarebbe stato che un euro valesse due marchi tedeschi e due marchi tedeschi valevano 1926 più o meno lire italiane! Al momento della stipula del contratto che doveva valutare quanto valeva, quello già previsto, cioè quello sopra esposto, invece si stabilì nella più assoluta normalità che un euro valesse un marco tedesco ma  sempre però 1962 lire! Di sicuro la Germania non avrebbe permesso che un euro valesse due marchi tedeschi e allo stesso tempo 981 lire italiane!  Purtroppo in Europa avevamo mandato politici incapaci a difendere i nostri interessi, in quanto mandati in Europa come risarcimento per essere esclusi dal Parlamento italiano. Da subito si è scoperto che la Germania con quel cambio così favorevole oltre alle sue indiscusse capacità, ha ottenuto la possibilità di diventare una fra le prime quattro potenze economiche mondiali, mentre con questo devastante cambio l'Italia si è persa per strada. Per intenderci, a noi dopo pochi mesi un caffè è costato un euro cioè due mila lire, ai tedeschi un euro, poco meno di mille lire.   Con tutto quello che ne è conseguito.     

mercoledì 18 marzo 2020

Trump vuole comperare per un miliardo di $ il progetto tedesco per curare il coronavirus a patto di poterlo usare solo in America! E bravo Trump.o

Epatite C: cara "pastiglia"... ma quanto ci costi?

Fino a pochi anni fa l’unica terapia disponibile per l’epatite C era rappresentata dalla combinazione di vari farmaci, ad esempio ribavirina, con interferone. Visti i gravi effetti collaterali dell’interferone si è puntato su nuovi farmaci, più efficaci e meglio tollerati dai pazienti. Da gennaio 2014 nel mercato europeo sono comparsi farmaci ad “azione antivirale diretta” che non richiedono la co-somministrazione di interferone. Gli esempi principali e sui quali si è più dibattuto, almeno per quando riguarda lo scenario italiano, sono sofosbuvir (Sovaldi) e sofosbuvir combinato con ledipasvir (Harvoni), prodotti dall’azienda Pharmasset, ora acquisita da Gilead. Sono senza dubbio farmaci efficaci, in grado di curare i sintomi della malattia e di farlo in un tempo relativamente breve.

Che cosa è l’epatite C: è una malattia del fegato molto grave e ampiamente diffusa nel nostro Paese. È causata dal virus HCV e la trasmissione avviene per contatto diretto con il sangue di una persona malata. Esistono 6 varianti del virus HCV anche se in Italia il genotipo 1 sembra essere quello più diffuso. Nella maggior parte dei casi tende a cronicizzare, contrariamente alle altre forme di epatite (A, B e D), con un decorso medio che va dai 10 ai 20 anni. Il virus dell’epatite C determina una progressiva e generalizzata infiammazione al fegato che può portare, nel lungo periodo, a cirrosi e successivamente a tumore epatico. Ad aumentare la gravità di questa malattia è la frequente assenza di sintomi per cui molte persone sono ammalate senza saperlo ed è per questo che molto spesso la si definisce “malattia silenziosa”.

Come è noto, all’immissione in commercio di un farmaco precede una lunga fase di sperimentazione, di ricerca, di test e di procedure burocratiche per nulla semplici e veloci. L’azienda che raggiunge il mercato con il nuovo prodotto ha, tra gli obiettivi principali, quello di rientrare nei costi sostenuti nei precedenti 10-15 anni. Ma a spese di chi? Spesso anche nel nostro quotidiano, ci rendiamo conto di quanto sia alto il prezzo dei farmaci o in generale dei prodotti per la salute che acquistiamo. È opportuno chiedersi allora se quel prezzo sia giustificato da valide ragioni o se sia solo un’opportunità di guadagni sempre più alti per le aziende. Questa domanda se l’è posta AltroConsumo, la principale associazione italiana di consumatori, ma non solo; già nel 2015, da quando cioè il sofosbuvir è stato reso disponibile anche in Italia, i giornali riportavano l’attenzione sulla scalata vertiginosa del suo prezzo: “Sofosbuvir, ecco perché il farmaco anti Epatite C in Italia costa una fortuna” (La Stampa); “Quanto costa il tuo fegato? 60 mila euro” (Corriere della Sera); “Superfarmaci epatite C: abbattere i prezzi per guadagnarci tutti?” (il Sole24 ore).
Altroconsumo non si è limitato solo a porre il problema dell’eccessivo prezzo di questi farmaci; nei giorni scorsi ha infatti presentato la richiesta all’“Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato” per avviare un’indagine nei confronti di Gilead con lo scopo di verificare se il costo imposto al nostro SSN sia giustificato da altrettanti costi elevati di ricerca, sviluppo e produzione del farmaco o se l’azienda in questione stia solamente abusando della posizione dominante nella quale si trova essendo, per ora, l’unica a rifornire il mercato italiano. Le cifre di cui stiamo parlando, secondo il rapporto di Altroconsumo, si aggirano attorno agli 80 mila euro per un trattamento di dodici settimane. Prezzi analoghi sono stati dettati anche per Harvoni. Considerando l’entità della malattia e l’efficacia dei nuovi farmaci, i sistemi sanitari, non solo quello italiano, non potevano rifiutarsi di scendere a patti con l’azienda. Al primo accordo, Gilead e l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) avevano concordato, sia per Sovaldi sia per Harvoni, uno sconto crescente in base a determinati volumi di acquisto del farmaco. Con questo modello di scontistica “pay back” (“ritorno di pagamento”), il nostro SSN si è trovato in qualche modo vincolato a continuare l’acquisto anche dopo l’arrivo sul mercato di farmaci concorrenti e a minor costo. Considerato il proibitivo prezzo dei farmaci previsto dalla prima trattativa, il SSN si è visto costretto a trattare solo i pazienti più gravi, lasciando che quelli meno gravi peggiorassero o aspettando cure alternative. Se nel nostro Paese, e ancor di più negli USA, il prezzo è stato gonfiato di molto, in alcuni Paesi soprattutto in quelli a basso-medio reddito, i produttori di farmaci equivalenti hanno ottenuto i brevetti dalle aziende produttrici grazie al “licenziamento volontario” o a speciali agevolazioni. Questo è quello che è successo in India dove un intero ciclo di cura è disponibile a 200 euro. La forte differenza di costi e di accessibilità ai nuovi farmaci ha favorito i cosiddetti “viaggi della speranza” dei malati o i tentativi di farsi spedire la cura attraverso il mercato nero rischiando anche di incorrere in truffe.

Fino a che punto è giusto salvaguardare gli interessi dell’azienda produttrice o di chi vende il prodotto? L’accesso equo e globale alle cure non è forse un diritto universale e costituzionale che dovrebbe sempre essere garantito?
Questi sono in linea di massima alcuni degli interrogativi che il Comitato Nazionale di Bioetica si è posto nella mozione approvata il 23 febbraio scorso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e resa nota il 9 marzo. “È allora indispensabile individuare un prezzo adeguato dei farmaci rispetto ai costi sostenuti per la ricerca (tra l’altro spesso finanziata con denaro pubblico o acquisita da piccole industrie biotecnologiche) e per la commercializzazione.”; “[…] la tutela dell’iniziativa economica privata e quindi della proprietà industriale (brevetti ecc.) dovrà essere bilanciata con il diritto alla salute delle persone”; “[…] il Comitato sente il dovere di invitare le Istituzioni competenti del nostro Paese a elaborare ragionevoli scelte di politica sanitaria dirette ad una equa allocazione delle risorse e rendere disponibili, il prima possibile, i farmaci innovativi di provata efficacia per i pazienti affetti da patologie gravi, nel rispetto dei criteri clinici.”
Il Comitato Nazionale di Bioetica si mostra dunque fortemente preoccupato dalla salute dei moltissimi pazienti affetti da gravi patologie, epatite C ma non solo, per i quali non si è ancora liberato un posto per l’accesso alle cure. Il Prof. Salvatore Amato, co-redattore della mozione, continua analizzando le possibili cause di prezzi così elevati non solo di Sovaldi e Halvoni, anche se forse sono stati quelli a destare maggior scalpore, ma in generale di tutti i farmaci salvavita che rimangono un lusso per la stragrande maggioranza dei pazienti. Amato in merito afferma che: “Chi vende è perfettamente consapevole del fatto che il prezzo non dipende, come prevedono le regole del mercato, dalla capacità di spesa del paziente, ma dalla volontà dello Stato. Si costruisce un prezzo virtuale (nel senso che non corrisponde neppure lontanamente al costo di sviluppo, produzione e commercializzazione del farmaco), approfittando tanto del “ricatto” costituito dalla gravità delle patologie, quanto delle possibilità di spesa del sistema assistenziale.[…] Il prezzo “virtuale” nasce proprio dallo sfruttamento di una posizione dominante e dalla sicurezza di poter far leva su una capacità di spesa “fuori mercato”. Guadagna l’impresa: cifre neppure immaginabili. In qualche modo, risparmia lo Stato, se si considera il costo di un trapianto di fegato. È solo il cittadino a rimetterci […]”.

Qual è la situazione attuale? Tutte queste mobilitazioni hanno portato a risultati?
Ebbene si, qualcosa, anzi molto, nello scenario italiano sta cambiando proprio in questi giorni: “Epatite C, svolta sui superfarmaci: “Così cureremo 80mila pazienti l’anno”” (Repubblica, 9 marzo); “Contro l’epatite C nuovi farmaci a metà prezzo” (il Giornale, 10 marzo); “Epatite C: con i nuovi criteri AIFA le cure arriveranno per tutti” (La Stampa, 10 marzo).
Dopo giorni di accesi dibattiti, Mario Melazzini, direttore AIFA, ha infatti deciso di mettere i due prodotti – Sovaldi e Harvoni – in fascia C, cioè quella non rimborsabile, e di trattare con Gilead per un terzo farmaco, a breve sul mercato, in grado di trattare tutti i genotipi dell’infezione, non solo il genotipo 1 come quelli finora disponibili. Questa decisione è stata presa alla luce degli accordi presi in precedenza con altri produttori. L’allargamento dell’offerta e l’entrata in campo di aziende concorrenti hanno fatto scendere i prezzi a quote molto più accessibili. Si prevede infatti che d’ora in avanti il prezzo per un ciclo di terapia si aggirerà attorno ai 5 mila euro, un prezzo irrisorio se confrontato con quello di partenza. Melazzini, sostenuto anche dalla ministra alla Salute, afferma inoltre che: “Con questo piano di eradicazione andremo a trattare 240mila pazienti in tre anni, quindi tutti verranno presi a carico dai centri di riferimento.”. A questo proposito, l’8 marzo AIFA ha comunicato ufficialmente gli 11 nuovi criteri di trattamento che abbracciano praticamente tutti i malati, anche gli asintomatici. In termini numerici, i pazienti trattati passeranno da 65mila a 80mila all’anno anche grazie allo stanziamento di fondi pari a 1,5 miliardi di euro deciso alla fine dello scorso anno dalla stessa ministra Lorenzin.

In Italia stiamo quindi assistendo ad un importante passo avanti e ad una forte presa di posizione delle nostre Autorità nei confronti dei colossi dell’imprenditoria farmaceutica per la tutela della nostra salute. Questo non capita però in tutti i Paesi; negli USA infatti, dove il prezzo per questi farmaci è ancora più alto, sembra che si continui a ben tollerare questa disparità tra prezzo di vendita e reali costi sostenuti.
Entra in gioco dunque l’aspetto etico ed è compito anche del singolo cittadino-paziente, non solo delle Autorità, farsi carico del problema e far sentire la propria voce per rivendicare il proprio diritto alla salute.
Silvia Radrezza
IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri
Laboratorio di ricerca sul coinvolgimento dei cittadini in sanità
Dipartimento di Salute Pubblica

domenica 15 marzo 2020

Sarà interessante vedere come faranno "il passo indietro" Boris Johnson e il suo consigliere.



Per fortuna che la stupidità di alti dirigenti politici, in questi tempi viene immediatamente combattuta e azzerata dalla vera e giusta paura che sta vivendo il popolo mondiale!  Mi riferisco al genio primo ministro inglese Boris Johnson e al suo consigliere che vogliono vaccinare l'Inghilterra con due o tre milioni di morti! Vedremo tra non molto, quale originale formula useranno per fare il passo indietro. 

venerdì 13 marzo 2020

Abbiamo una classe politica semplicemente incapace!

Luxemburg Leaks

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Una delle decisioni fiscali trapelate firmati da Marius Kohl
Il Luxembourg Leaks, o LuxLeaks (da Luxembourg e dall'inglese leak, «perdita», nel significato di «fuga di notizie») è il titolo di un'inchiesta giornalistica condotta in cooperazione da 80 giornalisti, di 26 Paesi, che facevano riferimento al Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ). L'iniziativa si basava su informazioni riservate relative a una speciale normativa fiscale creata in Lussemburgo.

Rivelazioni[modifica | modifica wikitesto]

Grazie alla creazione di strutture finanziarie complesse e accordi segreti, approvati dal Tax office del Lussemburgo ai tempi in cui Jean-Claude Juncker era primo ministro, molti giganti aziendali hanno goduto di regimi fiscali agevolati facendo perdere, mediante l'esercizio di una massiccia elusione fiscale, miliardi di entrate tributarie ai governi nazionali dei singoli paesi in cui le multinazionali operavano in prevalenza.
Il risultato dell'inchiesta è stata la pubblicazione, nel novembre 2014, di 548 documenti sugli accordi segreti in materia di imposizione fiscale intercorsi tra le autorità del Granducato tra 343 aziende. Tali intese, sebbene probabilmente legali sul piano del diritto interno del Lussemburgo, potrebbero aver violato le norme comunitarie sulla concorrenza e gli aiuti di stato.
KPMG costruisce un nuovo edificio per uffici per 1.600 persone in Lussemburgo[1]
Le aziende coinvolte nel Luxembourg Leaks risultano provenire da 12 paesi e fra esse figurano i più grandi colossi mondiali[espressione vaga].
Le società, per risparmiare miliardi di tasse sui profitti, facevano transitare i capitali attraverso il Lussemburgo, pagando anche meno dell'uno per cento di imposte sui profitti depositati nelle banche del Granducato.
I documenti pubblicati dimostrano come fosse la PricewaterhouseCoopers (PwC), agenzia di consulenza fiscale tra le più grandi al mondo, ad accompagnare le aziende multinazionali nella elaborazione di strategie finanziarie finalizzate a ottenere regimi fiscali favorevoli in Lussemburgo dal 2002 al 2010.
Le LuxLeaks, che non fanno parte di WikiLeaks, hanno attirato l'attenzione e i commenti internazionali sui meccanismi che hanno consentito l'elusione fiscale in Lussemburgo e altrove.